Ci sono momenti in cui la politica deve fermarsi e scegliere con responsabilità.
Quando si modifica la Costituzione non si sta approvando una legge qualsiasi.
Si sta intervenendo sull’equilibrio dei poteri dello Stato.
Si sta toccando il cuore della nostra democrazia.
Per questo ho deciso di scrivere queste righe in prima persona.
Sono portavoce del Movimento 5 Stelle, consigliere e capogruppo nel Municipio Roma X. Ho ricoperto il ruolo di assessore e vicepresidente. Ho sempre interpretato il mio incarico come servizio ai cittadini, non come esercizio di potere.
Ed è proprio per senso istituzionale che voterò NO alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati.
La promessa dell’efficienza
Giorgia Meloni
Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di un’“occasione storica” per avere una giustizia più efficiente, più giusta, più vicina ai cittadini.
Sono parole che intercettano un disagio reale.
La giustizia italiana è lenta. I processi durano anni. L’arretrato pesa su famiglie e imprese.
Ma dobbiamo avere il coraggio di distinguere tra le promesse e il contenuto reale della riforma.
Questa modifica costituzionale non interviene sui riti processuali.
Non aumenta il personale nei tribunali.
Non riduce l’arretrato.
Non semplifica le procedure.
Chi oggi aspetta una sentenza continuerà ad aspettare.
E allora bisogna chiedersi: cosa cambia davvero?
Quando le parole svelano la sostanza
Giulia Bongiorno
Lega Salvini Premier
La Senatrice Giulia Bongiorno ha dichiarato:
“Ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sulla efficienza della giustizia. Un ignorante può pensare ad una cosa del genere.”
È una frase che pesa.
Perché chiarisce che la riforma non nasce per velocizzare la giustizia.
Se non riguarda i tempi, se non riguarda l’organizzazione, se non riguarda il servizio ai cittadini, allora il terreno su cui si interviene è un altro.
Il nodo del controllo
Carlo Nordio
Ministero della Giustizia
Il Ministro Carlo Nordio ha posto una domanda precisa:
“Chi controlla la magistratura? (…) Oggi la magistratura è controllata da se stessa (…) Con l’inserimento dell’Alta Corte (…) ci sarà un controllo attribuito alla magistratura indipendente ed autonoma, anche però sulla magistratura.”
Qui emerge il cuore politico della riforma.
Il tema non è l’efficienza.
Il tema è il controllo.
Si interviene sul modo in cui la magistratura governa sé stessa e sul sistema disciplinare.
Si modifica il rapporto tra potere giudiziario e potere politico.
Non è un dettaglio tecnico. È una scelta costituzionale.
Cosa cambia nella Costituzione
La riforma tocca articoli centrali della Carta del 1948.
L’articolo 104 stabilisce che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere e individua nel
Consiglio Superiore della Magistratura
l’organo di autogoverno.
L’articolo 105 attribuisce al CSM le competenze su assunzioni, trasferimenti, promozioni e disciplina.
L’articolo 107 afferma che i magistrati si distinguono solo per funzioni.
La separazione delle carriere supera l’idea di un ordine unitario differenziato per funzioni e introduce una distinzione strutturale tra giudici e pubblici ministeri.
È un cambio di filosofia istituzionale.
Quella filosofia fu pensata dai Costituenti dopo l’esperienza del regime autoritario, per garantire che nessun potere potesse comprimere l’autonomia della magistratura.
Quando si interviene su questi articoli, non si sta facendo manutenzione normativa.
Si sta ridefinendo l’equilibrio dei pesi e contrappesi.
Più strutture, più costi
Oggi il CSM costa circa 50 milioni di euro l’anno.
Con la riforma diventano tre organismi distinti, con un costo stimato di circa 150 milioni di euro l’anno.
Si moltiplicano le strutture.
Si moltiplicano i centri decisionali.
Ma la durata dei processi non cambia.
In un sistema dove mancano cancellieri, personale amministrativo e investimenti strutturali, questa scelta solleva una domanda politica legittima: è questa la priorità?
Un problema reale o una scelta politica?
I numeri mostrano che solo una percentuale minima di magistrati cambia funzione ogni anno e che i giudici non si limitano ad avallare le richieste dei pubblici ministeri.
Non c’è un’emergenza strutturale che imponga un intervento costituzionale.
C’è una scelta politica sull’assetto dei poteri.
E quando si cambia la Costituzione per ridefinire un equilibrio tra poteri, bisogna farlo con una necessità evidente e condivisa.
La mia scelta
Come rappresentante istituzionale e come portavoce del Movimento 5 Stelle, ho sempre difeso un principio: i poteri dello Stato devono restare distinti e bilanciati.
Le riforme sono necessarie.
La giustizia italiana ha bisogno di interventi profondi.
Ma servono riforme che migliorino la vita delle persone, che rendano i tribunali più efficienti, che riducano i tempi, che semplifichino le procedure.
Questa riforma non fa questo.
Interviene invece sull’architettura costituzionale, modificando il rapporto tra magistratura e politica.
Per questo, con responsabilità e coerenza, voterò NO